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P10003362 2304x1728È così che magia e follia si ritrovano nuovamente dando vita a quella seconda opportunità, quel secondo tentativo che tanto ho atteso e pensato a lungo.

Il reinventarsi e fare tesoro delle esperienze negative e difficili passate è di fondamentale importanza, grandi vittorie nascono da ancor più grandi sconfitte, così come impensabili soddisfazioni nascono da inaccettabili delusioni.

Tutto è programmato al dettaglio questa volta, niente sarà lasciato al caso perché ormai so cosa mi attende. È passato solo un anno, infatti il ricordo fresco e recente mi permette di prepararmi al meglio senza trascurare niente.

Oltre all'immancabile allenamento, la mia fase di avvicinamento a questa seconda chance è caratterizzata dal riposo, da un'alimentazione perfetta ed equilibrata, e uno studio molto meticoloso della situazione meteorologica anche per quanto riguarda i venti su tutto il percorso. Inoltre questa volta ho scelto davvero con attenzione l'attrezzatura da portare con me, questo sempre basandomi sull'esperienza passata.

Ormai sono certo che la partenza sarà il giorno di Ferragosto, mercoledì 15 Agosto, il meteo mi offre due giorni con totale assenza di pioggia anche se su parte del percorso potrei trovare cielo coperto, ma forse meglio così per non subire troppo il caldo.

Alla fine è deciso così; è martedì e so che mancano poche ore alla partenza, preparo le ultime cose e mi dirigo alla chiesa del paese, resto lì circa mezz'ora in ginocchio di fronte alla statua della Madonna a dire alcune preghiere e a chiedere un po’ di aiuto perché penso proprio che ne avrò bisogno questa volta.
Torno a casa, e a tardo pomeriggio faccio l'ultimo pasto della giornata prima di andare a dormire, dopodiché sistemo le ultime cose e vado a letto, ma prima ancora faccio una cosa che poche volte nella vita ho fatto: vado di fronte allo specchio e mi faccio un discorso di circa 10 minuti, profondo e convinto, determinato e cattivo, è alla parte più forte di me che sto parlando ed è proprio lei che ha bisogno di essere motivata.
P10003041 1828x1226 Per fortuna la notte nonostante l'emozione mi permette di riposare bene, riesco a dormire senza nemmeno svegliarmi una sola volta tanto che la mattina mi sveglio un'ora in anticipo (meglio ancora).
Scendo in cucina e mi faccio la mia grande colazione a base di pasta che ormai è diventata una normale abitudine. Metto le ultime cose nello zaino, do un'occhiata alla pressione dei copertoncini, mi vesto e butto lo zaino in spalla, poi esco di casa, chiudo la porta e rieccomi qua, pronto, motivato e affamato di rivincita.

Sono le 07:07, ha inizio per la seconda volta quella che io stesso ho rinominato "La Cavalcata Delle Alpi".
Comincia tutto con serenità, sono molto rilassato, perché comunque nell'ultimo anno ho imparato a controllare le tensioni e le preoccupazioni, e logicamente tutto questo gioca a mio favore rendendo tutto più semplice.
La pedalata è leggera, la mente è libera ma concentrata sul solo obbiettivo che ormai è diventato quasi come una religione, così tanto da rendermi ossessionato, così tanto da rendermi pronto a qualsiasi cosa pur di raggiungerlo, può anche sembrare esagerato ma so per certo che per molte ore giocherò con la mia vita.
La temperatura è quella giusta, l'unica cosa mal da sopportare è quello zaino che mi fa sprofondare sulla sella ma posso resistere anche a questo.
Certo che la prima parte di tutto questo è noiosa, la strada in pianura che mi porta fino in Valle D'Aosta sembra non finire mai
, è eterna, più pesante di una salita, più monotona dello stesso film visto mille volte. È però di qui che devo passare e mi consolo con il fatto che un po’ per volta finirà e finalmente comincerà il bello.

Una pedalata dopo l'altra dopo poco meno di quattro ore arrivo finalmente in Valle D'Aosta, che bello... il paesaggio intorno a me è come una musica che cambia, e il fruscio del vento leggero che mi accompagna è come il suono morbido di un vecchio vinile, l'aria è leggera, il cielo è limpido, e finalmente comincio a vivere il mio momento.
Percorro ancora alcuni chilometri, poi mi fermo per mangiare un buon piatto di pasta ad Arnad, proprio dove mi ero fermato l'anno scorso (questa era una della cose da non cambiare...).


Sono trascorse 4 ore e 15 minuti dalla mia partenza, e in 113 chilometri non ho messo i piedi a terra nemmeno una sola volta, ho trovato solo un po’ di traffico a Point Saint Martin, ma il giorno di Ferragosto è appena normale.
Faccio il mio pasto abbondante e dopo circa 40 minuti riparto alla grande. Ci voleva proprio, anche perché fare solo affidamento su qualche panino che ho con me non è molto intelligente.
Poco dopo essere uscito da Arnad mi si presenta davanti una salita di circa 2 chilometri, la Mongiovetta. Su di questa mi accorgo di avere un dolore al tendine d'Achille sinistro, cerco di trovare la pedalata e la posizione giusta per non sollecitarlo troppo ma comunque muovendolo bene, la cosa mi preoccupa un po’, anche se sembra un dolore passeggero, ma la paura che possa compromettere qualcosa c'è. Per fortuna dopo non molto svanisce e torno ad essere tranquillo.

Man mano che salgo verso Aosta mi rendo conto che questa volta per fortuna il vento è a mio favore, di conseguenza mi favorisce, o per lo meno non mi ostacola, e non mi fa fare troppa fatica come la scorsa volta.

Passano i chilometri quando a un certo punto mi supera un ragazzo in bici, ci mettiamo a chiacchierare e capisce che ho in testa qualche idea strana, lo capisce dal mio zaino e forse anche un po’ dalla mia lentezza nel pedalare, infatti, da li a poco mi chiede dove sto andando e nel sentire la risposta rimane stupefatto.
Percorriamo ancora qualche chilometro insieme, poi poco dopo Aosta gira verso casa dopo che ci siamo scambiati i contatti siccome vuole sapere come andrà a finire, ci salutiamo e mi augura buona fortuna, dopodiché resto nuovamente solo così come mi sono ormai abituato durante le mie imprese.
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Riesco a percorrere molto in fretta i chilometri che mi separano dalla prima salita, fortunatamente ai piedi di questa arrivo per niente stanco, e meglio ancora trovo un locale che mi permette di mangiare un altro bel piatto di pasta, quello che ci vuole dopo 185 chilometri prima di incominciare a ballare.
Faccio una sosta di circa mezz'ora, mangio con calma e mi preparo mentalmente a quella che è la parte più dura del mio percorso, composta da lunghe salite di cui alcune fatte nel cuore della notte.
Prendo ancora un caffè, pago il conto è riparto subito, dopo nemmeno 200 metri svolto a sinistra e comincio la salita.

La Valle D'Aosta per certi versi è il mio incubo, ha come una sorta di maledizione. Tutte le volte che sono passato di qui, infatti, non ho mai concluso i giri che ho tentato, nell'attraversarla presto o tardi fallivo, nel 2014 accadde proprio così, poi di nuovo nel 2015, per poi ripetersi nuovamente lo scorso anno proprio mentre tentavo questa impresa. E' come se fosse stregata, ma questa volta sarà diverso, non mi lascerò intimorire da questo.

È tutto perfettamente al suo posto, la gamba è quella che piace a me, la testa fa il suo grande lavoro e soprattutto riesco a controllare la fatica siccome proseguo su pendenze abbastanza pedalabili, l'unica cosa che davvero mi sfianca è lo zaino... preme sulla schiena, è come un avvoltoio, e mi da un senso di pesantezza o meglio lentezza inimmaginabile, se ci penso sembra uno scherzo... tutta la stagione passata a cercare la leggerezza e poi di punto in bianco tutto questo peso.

La strada scorre lentamente e il paesaggio intorno a me ha un senso di pace, in effetti questa posso considerarla una delle salite più belle che conosco soprattutto da La Thuile fino in cima dove la vallata si apre e da vita a un campo visivo molto più vasto, vario e composto da mille colori.
Tutto questo rende piacevole e armoniosa la mia lenta scalata, la strada prima sale completamente a cielo aperto, poi s’infila in un bosco e si arrampica tra alti pini, è magica, nonostante il forte vento che trovo in faccia appena uscito dal bosco, quello del quale però non posso affatto lamentarmi perché oggi per la prima volta in vita mia non mi ha ostacolato, anzi...
Dopo poco più di due ore comincio ad avvicinarmi alla cima del Colle, c'è un bellissimo e non molto grande lago, l'acqua dentro di esso è mossa dal vento e rispecchia le imponenti Montagne che lo circondano.

Gli ultimi chilometri sono stati caratterizzati da una certa fatica, anche perché questa oltre ad essere una salita davvero lunga l'ho percorsa in una sola volta senza fermarmi un istante, così con pochi colpi di pedale raggiungo alle 17:07 i 2188 metri del Passo Del Piccolo San Bernardo, dopo 210 chilometri e 2560 metri di dislivello.

Mi rendo conto di aver fatto abbastanza in fretta nonostante le due lunghe soste per mangiare, sono in anticipo sulla mia tabella di marcia, ma ancora meglio mi sento davvero bene e non accuso nemmeno un briciolo di stanchezza, quindi è questione di pochi minuti per scattare alcune foto e mandare notizie alle tante persone che mi seguono da casa e riparto scendendo così in Francia con una veloce picchiata verso Saint Foy Tarantaise.

La prima montagna di giornata è andata bene, mi sento sicuro e sempre più motivato, attraverso La Rosiere proseguendo la mia discesa e riesco anche ad accorciare leggermente la strada arrivando così in un attimo a Saint Foy Tarantaise, dove per fortuna a differenza dell'anno scorso trovo un ristorante aperto e ne approfitto subito.
Mangio di nuovo un bel piatto di pasta e tra l'altro me ne fanno una porzione davvero abbondate senza nemmeno metterci troppo tempo, insomma una sosta veloce e importante siccome devo fare scorta di energie per affrontare al meglio la notte che ormai un po’ per volta si avvicina.

Riparto ed'è subito salita, avverto un'ottima condizione perché fino ad ora mi sono alimentato al meglio e ho amministrato in maniera eccellente il prolungato sforzo, non ho sgarrato di un solo battito, non ho dato nemmeno una pedalata sbagliata anche lungo la discesa precedente e ho sempre mantenuto la mente lucida così da avere un morale molto alto che mi accompagna verso Val D'Isére.
La salita è composta da tratti ripidi che si alternano con altri abbastanza semplici e scorrevoli, qualche volta addirittura spiana e mi dà la possibilità di rifiatare. Mi sento davvero nel pieno delle forze cercando però di non abusarne, mantenendo quindi il pieno controllo della mia euforia che nasce proprio dallo stare bene.

Trascorsi circa 12 chilometri arrivo al lago artificiale di Val D'Isére, esco per un attimo dal mio percorso prestabilito e attraverso la grande diga del lago per entrare a Le Tignes Du Lac, voglio fare il pasto in cui ripongo più fiducia in tutto il giro, è l'ultimo pasto prima della notte ed'è necessario come non mai. Entro in paese e mi fermo nello stesso posto dell'anno scorso, dove però non possono esaudire la mi richiesta così dà costringermi ad andare altrove, trovo ciò di cui ho bisogno infatti nel locale a fianco.

Dopo aver mangiato un’ottima e abbondante cena (pasta, tanto per cambiare) approfitto di questo locale per vestirmi con gli indumenti pesanti portati da casa, maglia termica, gambalotti, guanti lunghi e lo scalda collo, indosso la lampada frontale e monto le lenti trasparenti ai miei occhiali. Sono pronto per la notte, pronto per L'Iseran, il più alto di tutti.

Non è ancora buio, attraverso in senso opposto la diga e percorro alcune gallerie che mi portano a Val D'Isére dove subito vengo colto da alcune preoccupazioni. L'Iseran è completamente coperto da nuvole grigie e un po’ minacciose, non era prevista pioggia ma in montagna a quella quota tutto è possibile da un momento all'altro. Proseguo senza farmi intimorire troppo, ma l'insicurezza inevitabilmente c'è.
Le nuvole sopra di me fanno si che la poca luce presente a tarda sera vada via, portano il buio prima del previsto ma fortunatamente il freddo non è ancora eccessivo.
A 8 chilometri da in cima scende definitivamente la notte e la temperatura comincia a calare vertiginosamente, il cielo non si vede per nulla e la strada è del tutto nascosta, posso solo fare affidamento sulla mia torcia frontale e su nient'altro.
Ho già percorso 4000 metri di dislivello e non sono nemmeno a metà strada, ma la pedalata è redditizia, e la mia determinazione mi fa sentire un Dio, nascosto in una pesante oscurità, procedo lentamente ma con carattere e grinta.

Su tutto l'arco della salita passano si e no tre macchine, che fastidio quel vizio di puntarti i fari addosso quando arrivano in direzione opposta… fa parte del gioco però, dello stupore e dell'incredulità di chi ti trova li a quell'ora, devi accettarlo perché non sei nient'altro che un qualcosa di anomalo considerando l'ora che è nel posto in cui ti trovi. A 5 chilometri dalla vetta mi fermo per mangiare un panino e una barretta, lo faccio da fermo perché non voglio affaticare il respiro e aumentare lo sforzo durante la salita, sono piccolissimi dettagli che fanno la differenza, e soprattutto due minuti di pausa non cambiano nulla, anzi, possono solo giovare alla situazione. Mentre sono fermo, faccio anche una foto e la posto su Facebook, sono davvero contento perché fin dalla partenza in molti stanno seguendo la mia grande impresa, alcuni mandano direttamente messaggi esprimendo tutto il loro sostegno e la loro vicinanza, una in particolare, Alessandra... continua a dirmi che ci crede, continua a dirmi che questa volta ce la farò perché se lo sente e dove può mi dà anche dei consigli, ha sposato un grande Campione e posso ritenere che in materia sia davvero preparata.

Riprendo a salire con calma, sto provando le stesse sensazioni dell'altra volta, ma con meno stanchezza, con più lucidità, e sembra quasi che stia ormai diventando una cosa normale questa. Ancora una volta sento un sogno che si sta per avverare mentre quegli ultimi chilometri vanno a esaurirsi, ma la meta non è certo questa, sto solo arrivando in cima a un semplice punto di passaggio.
A un chilometro dalla cima non c'è la luna a illuminare il mio cammino, ma solamente un noioso e profondo buio che mi accompagna ormai da sette chilometri, salgo ancora bene e dopo pochi minuti arrivo di fronte al cartello con su scritto "Col De L'Iseran 2770 metri", sono le 22:13 e nelle gambe non mi sembra nemmeno di avere i 267 chilometri che mi hanno portato qui. Da un camper appostato li vicino scendono padre e figlio incuriositi, bene così, avrò la possibilità di farmi fare una foto.

Tra euforia e risate dopo essermi fatto dare del matto da queste due persone metto la mantellina e l'antivento, sono felicissimo e in gran forma, ancora non so che sto per passare l'esperienza più incisiva e pericolosa di sempre, ancora non so che sto letteralmente andando a rischiare la vita.

È questione di un chilometro di discesa, e mi rendo subito conto che dietro a quel nome maestoso da me dato a questa impresa si nasconde una realtà scioccante, o meglio si nasconde un percorso diabolico e imprevedibile. Mi ritrovo così dal nulla in una fitta nebbia, penso che esattamente sia una nuvola e con il buio diventa un qualcosa di terribile. Ho al massimo tre metri di visibilità, a volte anche molto meno e la luce della mia lampada frontale viene riflessa contro di me, gli occhiali si appannano di continuo e quella che già di giorno è una discesa pericolosa in quel momento diventa un vero e proprio incubo. Non riesco a capire dove sto andando, e mi sento come andare giù in un precipizio da un momento all'altro, questo perché non capisco se sto seguendo correttamente la strada, la paura sale a dismisura, è un colpo duro per la mente, un'esperienza che mi consuma mentre i chilometri non finiscono mai. Scendo a 12 km/h, a volte mi fermo perché sono disorientato, e dopo un sacco di tempo vedo che ho solo percorso quattro dei diciassette chilometri di una discesa che ormai ho preso in odio. Non so più cosa pensare e cosa fare, cerco di seguire con la frontale le strisce di mezzeria sulla strada ma queste sono corte e molto distanti tra loro, le devo praticamente cercare, e ogni volta questo mi porta quasi fuori strada. Mi assale per un attimo un senso di sconvolgimento, mi sento la tragedia sulla pelle, perdo la testa e vado nel panico...

E' qui però che esce il carattere forte, quel carattere formatosi con innumerevoli esperienze dure che mi contraddistingue, è proprio lui a placare la paura e a ridarmi il sangue freddo che mi serve per uscirne.
Ripeto a me stesso "Sergio tu non sei questo, hai la forza e la testa per superare tutto e superi anche questo".

Torna la calma, proseguo sicuro di me e dopo qualche altro chilometro esco da quel maledetto incubo.
La nebbia se ne va completamente ma ancora tribolo a vedere la strada, quando per fortuna dietro di me arriva una macchina. Mi porto verso il centro della strada e faccio segno di rallentare, così da avere luce, infatti fino al paese di sotto diventa una passeggiata.

La mezz'ora che ho appena passato mi ha sfinito, l'unica cosa che mi consola è il fatto di non avere patito il freddo soprattutto grazie a come sono attrezzato stavolta. Ho bisogno di una pausa, così percorro ancora 13 chilometri leggermente in discesa e supero il Col De La Madeleine, una brevissima e facile salita, scendo dall'altra parte e arrivo a Lanslevillarde dove trovo un piccolo locale aperto, che fortuna... avrò modo di prendere fiato un momento e bere qualcosa di caldo.
Dentro al locale, una specie di Pub, trovo alcuni ragazzi che mi guardano con aria stupita, ordino un tea caldo anche se non ne ho davvero bisogno, ma è sempre meglio pervenire che curare. Prolungo la sosta per caricare la batteria del telefono e del contachilometri, nel frattempo i ragazzi che ci sono li mi chiedono da dove arrivo e soprattutto dove sono diretto, come spesso mi capita nel rispondere li lascio senza parole. Parlano sia inglese sia un pizzico d’italiano, chiacchieriamo cinque minuti e quando sto per ripartire mi augurano buona fortuna.

Ora mi aspettano 50 chilometri di strada tendenzialmente in discesa, con tratti molto brevi di lieve salita alternati ad altri di pianura, qui ho la possibilità di mangiare e recuperare gli sforzi prolungati della salita precedente, e oltre a questo perdendo quota la temperatura si alza leggermente anche se continuo a stare ben coperto per evitare di prendere freddo inutile e logorante.
Attraverso Lanslebourg, Termignon e Modane nel cuore della notte, e dopo poco meno di due ore molto rigeneranti, arrivo a Saint-Michel-De-Maurienne, dove mi preparo a un'altra dura asperità da affrontare.
Alzo gli occhi, il cielo si è scoperto, e sopra di me vedo un'infinità di stelle, sembra di toccarle, tutto questo è stupendo.
Provo a riposare su una panchina, non riesco a dormire però, nonostante abbia percorso 340 chilometri, non ho abbastanza sonno, così decido di proseguire. Prima però sento arrivare dei messaggi sul telefono, è Alessandra che chiede mie notizie, non mi molla un solo attimo, a tal punto di sembrare quasi il mio angelo custode, quasi come se fosse li con me, riesce anche a farmi ridere e per me tutto questo è troppo importante. Così, dopo averle risposto, decido di ripartire.

Comincio la salita del Télégraphe e dopo appena 20 metri mi accorgo di avere un serio problema meccanico, non so come ma la boccola che tiene il movimento centrale della bici avviata si è allentata, ma problema ancora più grande è che io non ho l'attrezzo adatto per metterla a posto, questo non ci voleva...
Torno indietro, mi metto sotto un lampione e provo a rimediare, improvvisando un cacciavite con degli attrezzi che ho sempre con me, riesco a chiudere la boccola, anche se so già che presto o tardi si riaprirà siccome non sono riuscito a fare la giusta forza.
Riprendo la salita, una delle mie preferite, e allo stesso modo dell'anno scorso la faccio completamente di notte, solo un po’ più presto ma certamente con tutt'altra condizione fisica. Questa volta lungo il bosco non vedo nessun genere di animale che mi guarda, strano... sono completamente solo, ma le emozioni forti non mancano di certo, infatti, mente ho gli occhi rivolti verso il cielo, vedo due stelle cadenti, in effetti non sono nemmeno tanto lontano dalla notte di San Lorenzo e l'occasione di esprime un desiderio non me la faccio assolutamente scappare. Quella che sto percorrendo non è una salita dura, e nemmeno tanto lunga, ma le fatiche accumulate sono lì che bussano alla porta, impossibile non dargli retta e negli ultimi 2 chilometri inoltre si ripresenta il problema meccanico che temevo, non mi fermo però, porto prima a termine la salita, anche questa tutta in una volta sola.

Arrivato in cima Col Du Télégraphe a 1566 metri di altitudine alle 03:37, sistemo nuovamente la bici, questa volta usando una pietra piatta come attrezzo, pensando di aver definitivamente risolto, scatto le solite fotografie nel silenzio e nella solitudine della notte e mi dirigo verso Valloire, proprio dove comincia la vera e propria salita del Col Du Galibier.

Entro in paese dopo la fredda discesa e mi fermo in un bagno pubblico per un bisogno, non so se fermarmi a dormire da qualche parte o se continuare. Mangio qualcosa per tirarmi su, sono davvero stanco ma non avverto ancora sonno, non voglio fermarmi a perdere tempo inutilmente.
Niente da fare dunque, sentendomi ormai come una forza della natura decido ancora una volta di proseguire senza nemmeno un microsonno, e così nel cuore della notte, alle ore 04:17 attacco il Galibier.

L'anno scorso lo avevo attaccato alle prime luci dell'alba, questa volta voglio provare anche su di esso l'emozione della notte, peccato però che a placare tutto questo c'è di nuovo il problema meccanico di poco fa, e stavolta sembra ancora peggio.

Ho paura di restare a piedi, e non voglio che succeda, sono partito per questo secondo tentativo pronto a qualsiasi cosa, non voglio più convivere con il dispiacere e la rabbia di non avercela fatta, voglio buttarmi tutto alle spalle, voglio farcela, e soprattutto già fin dalla partenza ho giurato a me stesso che avrei sempre continuato, qualunque cosa fosse successa. L'ho ripetuto per mesi "Pronto a tutto... pronto a tutto..." quasi da farla diventare una ragione di vita, e anche perché alla fine la vita deve essere così.
Ormai è da ore che quando faccio tanta fatica l'idea di mollare non mi sfiora nemmeno, continuo a ripetermi che qui non ci torno una terza volta, e che quindi questa o è quella buona o non c'è una seconda opzione, deve essere quella buona punto è basta.

Mi fermo, rifletto e risolvo il problema una volta per tutte, ora non mi ferma più niente, ormai è uscita la parte testarda e cocciuta di me, scatenata proprio dal susseguirsi d’intoppi, paure e problemi, esce solo così, lo so, sono fatto al contrario.
Uscire da Valloire è il solito salto nel nulla, dove finiscono le luci della città, dove si trova l'ultimo lampione lungo la strada, c'è quasi come una linea immaginaria che divide due mondi diversi, è un vero e proprio salto nell'oscurità, particolare e affascinante.
La prima parte del Galibier non è molto dura, tolto l'esatto punto in cui si esce dal paese i chilometri successivi sono abbastanza pedalabili, presentando pendenze docili e costanti mi permettono di pedalare con un passo molto regolare, quindi non ho la necessità di alzarmi troppe volte in piedi o di smanettare continuamente con il cambio.
La notte profonda comincia a conciliare il sonno e mi ritrovo a dondolare con la testa, la vista ogni tanto si sgrana leggermente e la fatica raddoppia. Cerco di fare il possibile per arrivare a metà salita, dove c'è un rifugio, ma un calo improvviso di forze portato dal sonno complica veramente la situazione.

Tengo duro, mancano poco più di due chilometri e la strada spiana leggermente, comincio a pedalare ripetutamente in piedi per stare sveglio quando dopo più 10 minuti arrivo davanti al rifugio. Non mi stupisco affatto nel vederlo chiuso, e cerco subito una soluzione per dormire. Lì vicino c'è anche una piccola casetta, vado dietro a questa al riparo dal vento e trovo alcuni lettini di quelli per prendere il sole, ne prendo uno e lo metto vicino al muro della casetta sistemandogli davanti una sedia che c'è li vicino, trovo anche due maglie e una volta che mi corico nel lettino le uso per coprirmi il più possibile. Imposto la sveglia del telefono a 20 minuti per cercar di non stare troppo fermo ed evitare così di raffreddarmi la muscolatura, ci sono solo 7°c e non so se riuscirò ad addormentarmi.

Il freddo mi fa tremare leggermente mentre cerco di rannicchiarmi il più possibile di modo da non disperdere troppo calore, e in pochissimo tempo inaspettatamente chiudo gli occhi, addormentandomi così a 2000 metri di altitudine, alle 05:20 in un luogo sacro del ciclismo.
A poche centinaia di metri da dove venti anni fa Marco Pantani staccò Jan Ulrich, là dove Andy Schleck diventò un gigante mandando in crisi una leggenda chiamata Alberto Contador, proprio sulle stesse strade in cui l'anno scorso soffrivo come un cane, ora riposo, sopra di me non c'è nulla, solo le stelle, e qui ad un passo dal cielo faccio la mia piccola scorta di energie mentali e fisiche per ripartire e scrivere un finale completamente diverso della mia storia, utilizzando la mia bicicletta come se fosse una penna, la mia volontà come se fosse inchiostro e la striscia di asfalto che si srotola lungo le Alpi come se fosse carta.

Quando la sveglia suonando mi fa aprire gli occhi ritrovo di fronte a me uno scenario unico e praticamente inedito, le prime deboli e leggere luci dell'alba stanno lentamente cominciando a dare vita al giorno. Nel totale silenzio e nella mia grande solitudine, riesco quasi a percepire quanto sia potente in quel momento il risveglio della natura, e insieme a me si risvegliano anche le energie della terra, è come vivere un sogno, o meglio una favola, ma l'aspetto più emozionante e meraviglioso di tutto questo è che sto vivendo la realtà.

Mi alzo, infreddolito ma in forze, riprendo la mia bicicletta e appena monto in sella cerco di scaldarmi con una breve progressione in agilità, mentre con le mani mi sfrego con forza il busto, le gambe e le braccia, così in meno di un chilometro riesco a riacquistare calore e proseguire bene nella mia scalata.
Scorrono i chilometri, passano i minuti, e mentre salgo sempre più in alto il sorgere del sole porta su di me e su tutto ciò che mi circonda una luce sempre più forte, sempre più viva, l'alba che sto vivendo è forse uno dei regali più belli che il Padre Eterno mi abbia fatto in vita mia, e ora come ora dopo la fatica fatta e il grande impegno, penso di meritarmelo, la mia scalata diventa così una profonda preghiera.

Sono quasi 24 ore ormai che ho lasciato la porta di casa, pedalare è praticamente diventato naturale come respirare, scontato come pensare, riesco a capire che sto davvero bene e che in me è ancora viva la stessa determinazione di quando sono partito dal fatto che non ho mai voglia di fermarmi, nemmeno un solo istante. Distratto dall'intensità del momento e affascinato da ciò che sto facendo, scollino alle 07:02 a 2642 metri sul Col Du Galibier, dopo 376 chilometri e 6455 metri di dislivello, con la consapevolezza che l'ultima scalata da me compiuta rimarrà per sempre un ricordo troppo prezioso.

P10003226 2304x1728Immortalare l'attimo che sto vivendo è praticamente d'obbligo, ma non devo certo fermarmi troppo, occorre che scendo verso Briançon più in fretta possibile, fa ancora molto freddo e nella veloce discesa che devo affrontare sarà ancora peggio.
Devo assolutamente perdere quota e andare al caldo, così metto la mantellina e mi precipito sul Col Du Lautaret, prestando massima attenzione alle Marmotte che a quell'ora data la mancanza di automobili e altri mezzi attraversano continuamente la strada.
Dopo circa mezz'ora di discesa arrivo a Le Monêtier-les-Bains, un piccolo paesino dove mi fermo per mangiare qualcosa di caldo. Trovo una pasticceria che ha appena aperto e mi mangio ben due Pain aux raisins (girelle con crema e uvetta), sono state fatte da poco, me le gusto lentamente, sono ancora calde, e dopo una notte passata a mangiare panini ormai duri, barrette e gel energetici, quelle due girelle sono come una benedizione.

Poco dopo essere ripartito, lungo la strada arrivo finalmente in un punto completamente esposto al sole, comincio a sentire il caldo che era assente da moltissime ore, e anche pedalare diventa meno faticoso, così non appena entro dentro Briançon cerco un bar per un caffè e per togliermi di dosso i vestiti pesanti. Una volta trovato il bar compio l'operazione, telefono a mio fratello e poi al mio Amico Manuel, ci mettiamo d'accordo per quanto riguarda l'ultima salita, mi verranno ad aspettare in cima per farmi delle fotografie e dei filmati, ma soprattutto sapendo quanto ci tengo a tutto questo vogliono vedermi, vogliono godersi anche loro delle grandi emozioni condividendo un momento magico, anche se ancora né io e né loro sappiamo se tutto questo avverrà; sono stanco, e ormai chilometro dopo chilometro questa mia impresa acquista un peso sempre maggiore, un peso che devo sopportare, gestire e al quale devo resistere, ma sono pronto a farlo, soprattutto ora che mi ritrovo ai piedi di quella che un anno fa è stata la salita del fallimento, il capolinea, quella dove il sogno è svanito in un soffio di vento a tre chilometri da in cima, il Col D'Izoard.

Senza più i vestiti lunghi addosso è tutto un'altro pedalare, la pelle respira l'aria fresca della mattina che nutre il mio corpo e la mia mente di piacevoli sensazioni, torna il senso di libertà e attacco la salita che è quasi diventata utopia con un sorriso strafottente, mentre con aria di sfida e voce sicura dico "a noi due adesso".

Non è certo l'ultima salita, questo lo so, ma è qui che tutto finì, e questa volta non succederà più. Dentro di me si scatena la voglia di rivincita, e proseguo lungo la salita sempre con quel sorriso, il sorriso di chi sa che non mollerà, così determinato da continuare a salire addirittura a velocità maggiore del previsto. In un anno passato a pensare e riflettere su ciò che era stato, nascosto nel mio mondo mi sono caricato di rabbia e ora, proprio ora che sono qui a rifarmi la sto scaricando con violenza sull'asfalto. In confronto alle altre salite questa la brucio, mangio ogni curva, e man mano che salgo penso a come stavo allora, poi penso a come sto adesso, sto bene, maledettamente bene! Tutto questo crea una reazione a catena che mi stimola e mi da sempre più forza, quasi non sento la salita nonostante siano già trascorse quasi 27 ore dalla mia partenza.

A metà salita, a Cervières, riempo la borraccia senza perdere troppo tempo, poi proseguo ancora più convinto di prima, non c'è alcun dubbio, ho letteralmente lanciato una sfida a questo Colle e non sono certo dell'idea di perderla. Arrivo nel bosco, qui le pendenze si fanno più nervose, e anche se so che pagherò a caro prezzo tutto questo, dentro di me sento una forza devastante, dimentico la fatica, dimentico tutto e dopo quel lungo tornante a sinistra lo vedo, è lui, il cartello del terzo chilometro rimanente alla cima. Lo fisso da lontano, con gli stessi occhi di un animale feroce quando vede la sua preda, si avvicina velocemente, dentro di me ho quasi come la voglia di divorarmelo, è questione di pochi secondi, pochi metri, poi gli arrivo vicino e lo supero fissandolo. In quel momento si apre di fronte a me un mondo nuovo, svanisce tutto, la rabbia, la tristezza e il dispiacere, mi sento orgoglioso, forse anche troppo, ma superare quell'esatto punto per me è come rinascere.

Gli ultimi chilometri sono come una passerella per me, arrivare in cima sembra addirittura facile, non mi ci vuole nemmeno molto, e cosa ancor più bella è vedere che nell'ultimo chilometro di salita un fotografo con un semplice click riesce a catturare un momento che non potrò mai dimenticare. Così, con poche e decise pedalate alle 10:56, dopo 430 chilometri e 7600 metri di dislivello, il Col D'Izoard diventa realtà.

Gioisco, esulto, alzo la bici verso il cielo... non so più che fare, sembra quasi che mi sono dimenticato della montagna rimanente, non so più che sto facendo, ma l'euforia che ho in me spazza via tutte le fatiche che ho accumulato in queste ore infinite. Resto in cima poco più del solito per godermi il momento, tanto c'è il sole, non fa per niente freddo, ma certo non posso tirarla troppo per le lunghe, così scendo giù in cerca di un posto dove poter mangiare prima di affrontare l'ultima salita.

Ad Arvieux, il paese lungo la discesa, trovo alcuni locali, purtroppo però nessuno di questi può accontentare le mie esigenze, è davvero da tante ore che non faccio un pasto decente, praticamente dalla sera prima, ho bisogno di un pasto abbondante per poter affrontare gli ultimi 130 chilometri che mi separano da casa, 26 dei quali in salita. Finisco la discesa e arrivo dopo circa 20 minuti ai piedi del Colle Dell'Agnello, li trovo un ristorante, dove mi dicono che servono da mezzogiorno in poi, va bene dai, mancano solo 15 minuti, aspetterò.
Riesco così dopo tante ore dall'ultima volta a mangiare un piatto di pasta.

Mentre sono seduto penso molto a ciò che sto per fare, l'ultima salita è la più lunga e dura di tutto il mio percorso, e me la sono riservata per ultima. Anche il dislivello della salita stessa è quello più elevato fatto in una volta sola, quindi in sostanza la parte più difficile arriva ora. Non posso però non pensare a cosa ho appena fatto, alle difficoltà superate, ai momenti davvero duri in cui mi sono saputo gestire al meglio, non posso non pensare a dove sono riuscito ad arrivare fino adesso. È difficile, lo so, ma in questo momento io sono ciò che prova a me stesso che grinta e carattere non mancano. Ho già scalato più volte questa salita, la ricordo chilometro per chilometro, ma con così tanta fatica accumulata in corpo mai.

Finito di mangiare prendo ancora un caffè, esco fuori e incomincio ciò che è l'ultimo atto di una storia che finora è stata pazzesca e unica.
So dove sto andando e soprattutto so quale significato ha per me quest'ultima salita, ormai non si tratta più di un'asperità, non si tratta più della strada che mi riporta in Italia e a casa, ormai la vedo in modo diverso, ovvero come un vero e proprio trampolino di lancio verso la mia gloria. La mia velocità è minima, la fatica supera ogni limite, e i chilometri non passano mai.
Pedalo come per inerzia, quasi come se fosse diventato automatico farlo, forse non è nemmeno la mia testa a comandare tutto, è una sensazione nuova, strana, e ogni metri che passa, mi sento sempre più pesante, la stanchezza mi assale e pago il conto salato della troppa esuberanza sulla salita precedente.

Cerco di amministrare le poche energie rimaste in gioco nel miglior modo che posso, e quando non mi sento praticamente più in forze, vedo che ho solo percorso 5 chilometri su 21. Diventa eterna, una specie di agonia, ogni pedalata è uno sforzo immane e i chilometri diventano infiniti. Mi fermo nel primo paese della salita, c'è una fontana, bevo lentamente e faccio il pieno alla borraccia, mangio qualcosa di ciò che ho nello zaino ormai da ore e mi rimetto in sella. Dopo non molto la strada diventa più pianeggiante e riesco a rifiatare leggermente, sono praticamente a metà e la testa continua a darmi buoni segnali, infatti, nonostante le ore, i chilometri e le salite, la mia testa continua a ragionare in maniera positiva, permettendomi di rimanere mentalmente fresco anche la dove il fisico non è d'accordo e sembra quasi intenzionato a mollare. A 8 chilometri da in cima poso la bici in un prato, mangio ancora un panino e un gel energetico, ancora una volta prendo fiato per poi ripartire con l'intenzione di non fermarmi più.

Qui la strada comincia a salire davvero, non scherza affatto e fa proprio sul serio, s’impenna sotto le mie ruote ed io reagisco alzandomi continuamente, fino a quando a poco più di 5 chilometri dalla fine vedo sbucare da una curva in senso opposto un ciclista con la mia stessa divisa, è mio fratello. Ci incrociamo mentre lui mi filma con il suo cellulare e m’incita a gran voce, io gli do uno sguardo e continuo.
Da lì a poco mi raggiunge, mi continua a incitare e poi mi chiede come sto, io cerco di limitarmi a delle risposte brevi e a bassa voce, anche solo la forza di parlare un po’ per volta svanisce mentre mi aggrappo al manubrio della mia bici quasi come se fosse un appiglio al quale tenersi forte per non cadere giù.

Trascorsi altri due chilometri, sulla cima del Colle scende la nebbia, da qui non si vede più, questo di certo non è il finale che tanto desideravo, ma dalla vita non si può avere tutto... ho già avuto tanto durante questa impresa, posso ammettere che mi ha dato tutto ciò che l'altra volta mi ha preso, tutto quello che mi ha tolto, quindi va bene così. Mio fratello mi scatta ancora alcune fotografie, poi sale con maggior velocità per arrivare in cima e aspettarmi li, nel momento più bello e importante di ciò che ormai sto riuscendo a fare.
Non passa molto e trovo lungo la strada, il mio Amico Manuel che mi incita mentre mi filma con il suo drone dall'alto, e quando manca meno di un chilometro la gente che c'è lungo la strada a piedi mi applaude dopo essere stata informata da mio fratello di cosa sta succedendo in quel momento. Mi assale un forte brivido che di certo non è dovuto al freddo, è dentro di me penso "Ora mi sveglio, non è possibile che sono qui, non sta succedendo sul serio, non mi svegliate adesso perché sto facendo un bellissimo sogno". I miei occhi sono chiusi dalla fatica e dal dolore, li riapro consapevole che nessuno mi sveglierà perché ciò che sto vivendo è reale, così nell'ultimo tornante di una salita che sembrava non finire mai scoppio a piangere, piango come un bimbo, piango dall'emozione, è uno sfogo che mai ho avuto in vita mia. Questo mi da la forza di alzarmi ancora, voglio un finale forte, voglio un arrivo dignitoso, e così con una pesante progressione alimentata da una volontà inarrestabile, rilancio la mia andatura metro dopo metro, e quando dalla nebbia vedo apparire la statua di Michele Scarponi mi rendo conto che ci sono, mi siedo sulla sella, lascio andare il manubrio, sollevo la testa con rilassatezza e chiudendo gli occhi alzo le braccia al cielo.

Alle 14:45 di Giovedì 16 Agosto 2018, dopo 470 chilometri e 9050 metri di dislivello, dopo 31 ore e 38 minuti, dopo sei montagne, dopo solo 20 minuti di sonno, dopo fatiche mai raggiunte e prolungate ore di freddo, dopo la solitudine e il buio della notte, dopo la paura, dopo la gioia, dopo il dolore, ma soprattutto dopo un anno di dispiacere e delusione conquisto il mio sogno ai 2744 metri di altitudine sul Colle Dell'Agnello di fronte alla statua del Grande Campione tragicamente scomparso, proprio lì dove il 27 Maggio 2016 ancora una volta dimostrò al mondo la sua grandezza, e ora io, qui sulla sua Montagna non posso fare altro che dedicargli la mia più grande Impresa di sempre.

Abbraccio mio fratello, piango e tremo dall'emozione, dall'incredulità, poi mi giro verso la statua di Michele, tiro fuori dalla tasca della mia maglia un nastrino color Astana e lo lego a quel ceppo di legno scolpito a mano, per me è un piccolo gesto dal valore immenso.
Festeggio con mio fratello e Manuel, con semplici risate piene di gioia, condividendo così con loro quello che è per me il momento più bello di sempre, poi scendo giù verso Pontechianale.
Mio fratello mi accompagna giù in bici, e Manuel ci segue con la macchina fino a un piccolo bar nel paese in riva al lago, dove ci fermiamo e mangiamo un dolce, un po’ per festeggiare, anche se ancora non è finita, un po’ per tirarmi su con qualcosa di buono.

Mancano 80 chilometri per arrivare a casa, mangiare e bere qualcosa di dolce mi ha fatto decisamente bene al morale e alle gambe, anche se nel ripartire sento che si sta spegnendo la lampadina un po’ per volta, per carità, è vero che ho molti chilometri di discesa inizialmente, ma mi aspetta ancora la Colletta Di Brondello e successivamente circa un'ora di monotona pianura da Saluzzo a casa, e solo l'idea mi deprime esageratamente.
Mi faccio comunque forza pensando a dove mi abbia portato fino ad'ora la mia implacabile determinazione, questo mi fa quasi pedalare per inerzia, in quella normalissima solitudine che si ripresenta non appena mio fratello e Manuel tornano a casa.
Mi lascio trasportare dalla discesa, passando per Casteldelfino, Sampeyre e Brossasco. La Valle Varaita è la mia preferita in tutto l'arco Alpino, e a renderla speciale c'è il respirare l'aria di casa, il vedere i luoghi in cui già fin da ragazzino mi allenavo sognando un giorno di fare grandi numeri, proprio come questo.
Nella discesa arriva anche qualche goccia di pioggia, ma nulla di cui preoccuparsi, e la cosa che conta di più ora è la brillantezza data dal scendere in scioltezza per alcuni chilometri.

All'inizio della Colletta finale mi viene da ridere, la strada per tornare a casa senza fare salita in effetti c'è, ma come posso non passare da Brondello...? È persino ridicola come salita in confronto a quelle fatte prima, ma mi va di farla, così... per il gusto di inserirla nel mio capolavoro, e poi di fare tutta quell'altra pianura non ho proprio voglia.
Così decido di togliermi lo sfizio cominciando a salire, noto di avere un buon passo nonostante tutto quello che ho passato, e senza impiegarci molto tempo arrivo in cima, niente di ché, solo 890 metri di altitudine, ma 9350 metri di dislivello accumulati in 35 ore si sentono eccome.

Scendo giù, e una volta arrivato a Saluzzo senza nemmeno mezza pausa proseguo direttamente verso casa nella noia mortale della pianura che mi separa dal concludere definitivamente la mia impresa. Le montagne sono completamente finite, nemmeno più un cavalcavia, tutto è piatto come una tavola da biliardo, ritengo quindi abbastanza sensato inserire un rapporto agile per cercar dia arrivare a casa senza ulteriori sforzi inutili. Così, con calma procedo lentamente, stanco ma rilassato, fino a quando non accade qualcosa che sa veramente di presa in giro.
A Torre San Giorgio, quando mi mancano solo più 20 chilometri, prendo una buca sul ciglio della strada, l'impatto è abbastanza violento e mi accorgo subito di avere un problema meccanico al cambio posteriore. Mi rendo conto di essere praticamente a piedi, non ci voglio credere, proprio ora... non è assolutamente possibile. Prendo il telefono e chiamo subito mio fratello dicendogli di portarmi una bici, non capisce e insisto ancora, ho cominciato tutto questo in bici e non finirà di certo a 20 chilometri da casa seduto su una macchina.
Mentre aspetto che arrivi vedo che posso comunque pedalare, ma solamente con un rapporto lungo, non ho altra scelta, o vado così o vado a piedi.

Riparto, e tirare quel rapporto, dopo tutte quelle ore e quei chilometri rende il mio ritorno un calvario, nel frattempo arriva mio fratello, vede che più o meno ho risolto e capisce di non poter essermi di aiuto, così torna a casa, ed io nell'incredulità di ciò che è appena successo torno lentamente e a gran fatica verso casa. La pianura diventa spietata, peggio di una montagna, ma ho superato tutto, e di certo supero anche questo.
Mentre non sono molto distante dall'ora del tramonto l'aria diventa fresca, delicata, sottile... avanzo lungo la strada che scorre tra i campi di grano turco, e dopo aver attraversato il ponte sul fiume Meletta vedo sbucare il cartello tanto atteso, " San Bernardo di Carmagnola".

Entro in paese, e dentro di me a compensare il senso di devastazione che avverte il mio corpo c'è la gioia, la consapevolezza di aver ottenuto ciò che volevo, c'è la serenità, il sapere di non dover più convivere con la delusione provata fino a 36 ore e 17 minuti fa, e proprio mentre metto i piedi a terra davanti al portoncino di casa, fermando il contachilometri guardo esattamente dove sono, poi guardo l'ora, e finalmente alle 19:25 di Giovedì 16 Agosto 2018, dopo 572 chilometri e 9350 metri di dislivello posso dire "La Cavalcata Delle Alpi è mia"

Cosa devo pensare ora entrando in casa...? Cosa devo dire da oggi in avanti a me stesso...? Cosa posso raccontare a chi troverò lungo il mio cammino nella vita...? Ma soprattutto, cosa devo imparare da tutto questo?

A volte, la vita sembra quasi che ci dica di no, come se non volesse darci quel qualcosa che tanto desideriamo, può proprio sembrare così, ma la realtà è un'altra... siamo noi a non essere pronti a ottenerlo, e ciò che vediamo come un "No" è solamente un "Non ora... Non ancora..." il momento prima o poi arriverà.

Non basta Tentare... quante volte infatti non sono arrivato in cima alla montagna che stavo scalando...? Oppure non ho portato a termine un'impresa tanto desiderata...? Non ero pronto a ottenere tutto questo, avevo bisogno di scendere giù nel profondo, nel mio profondo.
In quest’avventura ho affrontato prove che non mi aspettavo e paure che non conoscevo, ho scoperto una parte sconosciuta di me, e la prima volta ha vinto la strada perché non bastava la mia volontà, non ce n'era abbastanza, così ho Fallito, e mi ha fatto male, lo so.

Non c'è stato giorno in cui non ci ho pensato, ogni sera andando a dormire, e ogni mattina nello svegliarmi la mia mente era lì, delusa e abbattuta.  Tutto questo mi ha fatto Rinascere, mi ha reso più determinato, mi ha dato la volontà più grande che abbia mai avuto, ha abbattuto le mie paure e mi ha reso più forte, più pronto.

È così che mi sono lanciato, è così che ho affrontato una seconda volta la prova più dura della mia vita, ma soprattutto è così che l'ho Conquistata, e solo ora, solo da oggi potrò per sempre puntare il dito laggiù, verso le alpi, e con fierezza, a cuore aperto dire "Quelle sono le mie Montagne".

Tentare... Fallire... Rinascere... Conquistare.

 

[Sergio “Crazy” Tesio - Tesserato ACSI Ciclismo]

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